4.6.14

La grande bellezza e Le meraviglie


La grande bellezza e Le meraviglie

Due film italiani, due film apprezzati all'estero, forse più che in Italia, anche se uno ha appena iniziato il suo cammino con un premio al Festival di Cannes. Due film che, secondo me, sono perfettamente speculari, in un'interessante dialogo, tanto più interessante perché ognuno dei due rappresenta una dicotomia, e offre una soluzione che però, a mio avviso, è poco preparata, e non del tutto soddisfacente.
Nel primo, il mondo sciatto, volgare, frenetico della modernità, un mondo apparentemente vivo ma popolato di soli vecchi (l'unico giovane si suicida) è contrapposto a un mondo "morto", non umano, bello ed elegante, il mondo del primo amore (morto), della natura alla quale l'uomo rimane esterno (ed è quindi una natura contemplata soprattutto all'alba, mentre tutto dorme e solo il protagonista - narratore è sveglio), dell'arte morta dei secoli passati. Vita e squallore e decadenza versus Bellezza e morte, o comunque mancanza di pensiero. Solo alla fine, in modo che non viene spiegato, un messaggio di speranza, una terza via: il protagonista scriverà il suo romanzo. Ma come lo scriverà? e lo farà veramente? Non è anche lui troppo vecchio, e troppo volgare, per farlo?
Il secondo, in fondo, segue lo stesso schema, pur da una prospettiva diversissima: un mondo durissimo ma "vero", o almeno tale in apparenza (è il mondo del padre, che è tedesco: ha scelto dunque di vivere una vita "autentica" e "tradizionale" in un luogo, la Toscana, che non è quello delle sue origini; e questa scelta la impone ai figli), una famiglia in cui l'anarchia è la regola principale (ed ecco che Gelsomina viene indicata dai genitori come "il capofamiglia", e i vestiti passano da un personaggio all'altro, simbolo di questa confusione generale). Dall'altro canto un mondo affascinante (per l'occhio ingenuo delle ragazzine, ma non solo) ma evidentemente falso, incarnato da una Monica Bellucci che ricorda da un lato la Dolce Vita – la prima apparizione nella fonte (d'altronde anche il nome Gelsomina è un chiaro riferimento a Fellini) … e ovviamente l'archetipo della Venere di Botticelli –, dall'altro la Fata Turchina della Lollobrigida nel Pinocchio di Comencini. Punture di ape contro lustrini, crudezza contro volgarità. La risposta, la "terza via" in questo caso è nella forza della giovinezza, nella bellezza di questi adolescenti, che sanno fischiare. E, forse, infischiarsene del mondo degli adulti…
Se il messaggio del film di Sorrentino è per me moralmente poco condivisibile, nel suo atroce pessimismo (ma, pecca ancora più grave per me, il film è noioso), mi interessa di più la visione della Rohrwacher, che alla decadenza stantia della "grande bellezza" oppone una naturale freschezza: uomo e natura sono in sintonia, non nel modo ideologicamente faticoso proposto dal padre né in quello falso e populista della trasmissione televisiva che cerca "le meraviglie del nostro paese", ma spontaneamente, sinceramente, con spirito giovane e fresco: uomo e natura non sono in opposizione, e le api escono dalla bocca di Gelsomina.
Quel che temo è che questi due film realmente ritraggano e sintetizzino il nostro paese oggi: un mondo volgare e duro, decadente e morto, in cui per i giovani c'è poco spazio e i vecchi e il vecchio ne occupano troppo. Ma soprattutto un mondo in cui la cultura non ha nessuno spazio; un mondo in cui si scrive ma non si legge; un mondo in cui l'impegno politico è poco o nullo (gli intrighi capitolini della Grande bellezza; le teorie post sessantottine del padre di Gelsomina). 
E allora preferisco illudermi che di noi parli di più, parli meglio, un film che ho tanto amato, fin dal titolo: "Viva la libertà" di Roberto Andò.